DR FRANCESCA TESTONI – PSICOLOGA

La famiglia può essere considerata come un sistema aperto caratterizzato dalla tendenza all’omeostasi e al cambiamento. In quanto sistema interpersonale, la famiglia rappresenta il contesto nel quale si realizzano i processi di sviluppo e di crescita dei suoi membri.

I comportamenti assumono significato in rapporto alla situazione e alle circostanze specifiche e privi di contesto i comportamenti non hanno alcun significato.
La famiglia contribuisce a costruire un senso di identità nei suoi membri attraverso l’esperienza dell’appartenenza e della differenziazione. Il sistema famigliare rappresenta anche il principale contesto di apprendimento per ogni individuo.

 

LA STRUTTURA FAMIGLIARE

Lo studio della famiglia da un punto di vista strutturale si deve principalmente a Salvador Minuchin (1977),
che ha concettualizzato la famiglia come un sistema caratterizzato da una struttura ben definita. In questa prospettiva, con il termine di struttura famigliare si indica “l’invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della famiglia interagiscono”. Per essere funzionale, un sistema deve essere sufficientemente flessibile e adattarsi ad eventuali richieste evolutive o ambientali.

Soprattutto nelle famiglie nucleari con figli bambini o adolescenti, il buon funzionamento è determinato dal fatto che i genitori dovrebbero essere in grado di esercitare la loro autorità con potere esecutivo, seppure in modo flessibile e razionale, senza che vi siano eccessive disparità di potere tra padre e madre. Oltre ad una netta gerarchia generazionale, un altro parametro importante per un valido funzionamento familiare è la chiarezza dei confini tra i sottosistemi, indipendentemente dalla specifica composizione della famiglia. I confini possono essere definiti come “le regole che presiedono al passaggio dell’informazione”.

IL CICLO VITALE FAMIGLIARE

Trasformazioni e cambiamenti hanno luogo continuamente nelle persone nel corso della vita. Numerosi autori hanno descritto il ciclo di vita individuale, descrivendo alcuni caratteristici periodi di transizione, in occasione dei quali avviene un netto mutamento nella percezione soggettiva del tempo. Il ciclo vitale famigliare rappresenta dunque un modello evolutivo che esamina e descrive i cambiamenti che tipicamente avvengono in una famiglia nel corso degli anni.

E’ possibile distinguere, nella tradizionale famiglia occidentale moderna, cinque stadi fondamentali legati a cinque diversi eventi critici:

  1. In seguito ad un matrimonio o ad una convivenza, si ha la formazione della coppia;
  2. Successivamente, con la nascita dei figli, si entra nello stadio della famiglia con bambini;
  3. Allorché i figli entrano nell’adolescenza, si ha la fase della famiglia con adolescenti;
  4. Con lo svincolo dei figli e la loro uscita da casa, segue la fase della famiglia “trampolino di lancio”;
  5. Infine il pensionamento e la malattia o la morte della prima generazione caratterizzano la fase dell’età anziana.

 

I CONFLITTI FAMILIARI

Il conflitto è una crisi della relazione tra le parti in cui sono presenti una contraddizione di scopi e un disagio, una sofferenza. Alla base del conflitto vi è non solo una comunicazione non efficace ma anche una non gestione delle emozioni e dei propri bisogni.
Spesso si pensa al conflitto sempre in termini negativi, ma esso può avere anche una valenza positiva in quanto facilita la costruzione dell’identità e la maturazione psicosociale degli individui.

Gli effetti del conflitto di solito non dipendono dalla natura del conflitto (ovvero dai perché dei conflitti), ma dalla qualità della relazione entro cui hanno luogo. Questo vale in ogni ambito della vita sociale.

Non è l’assenza di conflitti a determinare il benessere. Anzi l’assenza totale di conflitti di solito segnala appiattimento, paura reciproca, rancori nascosti, immaturità. Molto raramente l’assenza totale di conflitti è indice di totale accordo. Quando non c’è conflitto (nel senso di visioni alternative) non c’è crescita nelle relazioni.

 

GLI ESITI DEL CONFLITTO FAMIGLIARE

Gli esiti del conflitto possono essere molteplici. Un esito possibile è la completa sottomissione all’autorità di qualcuno (uno cede ad un altro). Un altra possibilità è il compromesso (tutti concedono qualcosa agli altri). Quando le persone non riescono a trovare in sé la capacità di risolvere conflitti, si affidano alla mediazione di un terzo. Altre volte la strategia è il disimpegno, una vera e propria fuga dall’ambito conflittuale, il quieto vivere, che di solito porta ad esplosioni di conflitto ancora più ampio in un secondo momento.

Numerose ricerche indicano come gli adolescenti preferiscano il compromesso come soluzione ai conflitti coi genitori, tuttavia la sottomissione è ancora l’esito più frequente soprattutto nella prima e media adolescenza. Apprendere l’arte del compromesso è qualcosa di possibile. Innanzitutto va detto che il compromesso si attua attraverso la concessione reciproca. Tutti lasciano qualcosa ma tutti guadagnano qualcosa. E’ proprio la sensazione piacevole di aver vinto tutti che fa sentire le persone bene e che permette di affrontare successivi conflitti senza eccessivi patemi.

Ogni esito positivo ad un conflitto accresce le capacità di tutti di far fronte alle difficoltà della vita, aumenta la comprensione e l’accettazione reciproca, facilita la comunicazione ed aumenta l’intimità, l’interdipendenza e l’autostima. Di solito è più facile trovarsi a metà strada (o imporsi) ed infatti non tutte le persone imparano a gestire bene i conflitti per cui tendono a risolverli in fretta perché i conflitti vengono considerati pericolosi. Per questo si alimentano nuovi e più aspri conflitti.

Questo è quello che succede in vari contesti e situazioni ma è sempre più frequente nell’ambito della famiglia e nella relazione di coppia. Di questi continui conflitti chi ne fa le spese sono i figli. La conseguenza di tutto questo è molto spesso la separazione che rappresenta un evento destabilizzante per l’intero nucleo familiare ed in misura maggiore per un minore. Essa è un’esperienza dolorosa per il bambino, perché “attacca la sicurezza del suo nido”.  Proprio per questo, quando è possibile, è meglio evitare tale esperienza. Tuttavia questo non significa che sia meglio vivere insieme ‘per il bene dei figli’, se poi facciamo pesare loro la situazione in modo diverso: assenza di affettuosità tra i genitori, silenzi, indifferenze, letti o addirittura camere separate.

Nella esperienza di terapeuta familiare mi capita frequentemente di dover affrontare con i pazienti il tema del “non mi separo per il bene dei miei figli”, e ancora, “forse quando saranno maggiorenni effettuerò un cambiamento così difficoltoso”.

La cosa più importante è rimuovere le difficoltà che sono all’interno della coppia, magari anche con un intervento psicologico, quando è possibile, per il proprio benessere e per quello dei propri figli.

In questa situazione di cambiamento i figli possono attraversare un momento di confusione e di disordine emotivo dovuto alla diminuzione del senso di stabilità e di sicurezza di fondamentale importanza durante il loro percorso di crescita.

Il quadro si complica quando la relazione tra gli adulti di riferimento è quotidianamente attraversata da un’elevata conflittualità, che purtroppo, in non pochi casi, si esplica in rivendicazioni continue ed aggressioni, non solo verbali. La conflittualità tra coniugi ha generalmente inizio già prima della decisione della coppia di separarsi e perdura solitamente ben oltre la separazione.

 

QUALI SONO LE CONSEGUENZE DEL CONFLITTO DI COPPIA SUI FIGLI?

I figli fanno da spettatori ad accuse reciproche, offese, ingiurie. Non di rado, si trovano triangolati ed incastrati all’interno di dinamiche fatte di ricatti affettivi, di alleanze, di conflitti di lealtà che li spingono a prendere le parti ora dell’uno ora dell’altro genitore ed a sperimentare la spiacevole sensazione di tradire comunque qualcuno a cui tengono, qualunque comportamento adottino. Il bambino tende generalmente a sentirsi colpevole e responsabile delle difficoltà tra i genitori e questo lo porta spesso a sperimentare importanti vissuti di colpa, specie quando le discussioni riguardano questioni inerenti la sua collocazione (luogo ed orari di visita, scelte educative ecc).

I bambini più piccoli possono fantasticare di avere il potere, con il loro comportamento, di influenzare nel bene e nel male il conflitto tra i genitori. Questo è un motivo in più per preferire una scelta di rottura chiara e netta da parte della coppia. Una situazione di crisi ad esito incerto, trascinata magari per anni, può infatti ‘bloccare’ il bambino e renderlo timoroso di poter provocare con il proprio comportamento, il definitivo distacco della coppia coniugale.

Il tutto varia in base alla fase evolutiva che i figli stanno attraversando, in quanto essa influisce sul modo di percepire gli eventi:

✓ Per un neonato la presenza o l’assenza del genitore è vissuta come totale: tutto o niente.
✓ In un bambino piccolo possiamo osservare una regressione in alcune funzioni già acquisite: bagnare il letto o balbettare, fare incubi notturni e difficoltà a dormire. Se il bambino è molto piccolo e la violenza si protrae nel tempo la sua personalità viene intaccata dall’incapacità della mente del bambino di comprendere i motivi delle crisi e degli attacchi, per cui il più delle volte il piccolo pensa di essere lui a provocare i diverbi.
✓ Il bambino in età scolare potrebbe rifiutare la scuola o manifestare problemi nell’apprendimento e nel profitto scolastico, o manifestare aggressività verso i coetanei, o ancora manifestare sintomi psicosomatici (mal di pancia, mal di testa, ansia). In questa fase, poiché i bambini hanno difficoltà a comprendere il concetto di passato e di futuro, in quanto vivono il presente, bisogna presentare la separazione in modo più ovattato in modo che non la vivano come turbamento insanabile e definitivo.
✓ L’adolescente potrebbe invece chiudersi a riccio con fasi alterne di abbassamento del tono dell’umore e momenti di aggressività. Potrebbe inoltre ostentare autonomia ed indipendenza o richiedere attenzione attraverso comportamenti antisociali (fughe da casa, piccoli furti, atti vandalici). In questa fase dello sviluppo il gruppo dei pari può acquistare grande importanza, sostituendo addirittura la famiglia. La comprensione delle ragioni e delle emozioni alla base della conflittualità e della separazione dei genitori arriverà lentamente.

I danni sui figli, in ambienti familiari fortemente conflittuali, riguardano le sensazioni di insicurezza e di impotenza. Il danno è sul piano della formazione della personalità, che viene segnata dall’esposizione a minacce, intimidazioni, dalla sensazione di mancata protezione e di allarme continuo. Questi bambini si sentono come sempre seduti su di una polveriera che può esplodere improvvisamente.

La situazione dannosa peggiora se il contenuto dei conflitti tra i genitori riguardano il figlio, la sua educazione, le scelte che lo riguardano, poiché questi comportamenti acuiscono in lui il senso di colpa. I bambini che sono coinvolti nei conflitti di lealtà tra i genitori, che gli chiedono di schierarsi contro l’altro o che vengono chiamati in causa quando un genitore minaccia di abbandonare il partner, vedono compromesso il loro benessere emotivo. In questi minori si possono osservare aspetti di eccessiva responsabilizzazione, adultizzazione e inversione di ruolo, cioè il bambino che assume il ruolo di confidente e di protettore dell’adulto.

Nei casi in cui la violenza è quotidiana e cronica, parliamo di violenza assistita, cioè una situazione in cui il minore è coinvolto in atti di violenza compiuti su figure di riferimento affettivamente significative. In questi casi si ha un’azione sulla strutturazione del senso di Sé, che produce una percezione interna di svalutazione, di non meritare rispetto e amore, con danneggiamento del sistema nervoso, del funzionamento intellettivo ed emozionale e conseguente vulnerabilità. Dobbiamo ricordare che la capacità di formarsi opinioni significative riguardo a sé stessi, agli altri, all’ambiente, e al futuro, si basa sull’apprendimento nell’infanzia.

 

COSA SAREBBE MEGLIO FARE PER TUTELARE I PROPRI FIGLI?

E’ sempre preferibile spiegare al bambino, con un linguaggio chiaramente adatto alla sua età, ciò che sta succedendo. Mettere da parte colpe e responsabilità e chiarire che le difficoltà riguardano il rapporto coniugale e non quello tra genitori e figlio. Il bambino ha bisogno di sentirsi partecipe di quanto accade e non spettatore passivo. Va rassicurato circa la possibilità di mantenere rapporti continui e stabili con entrambi i genitori.

Spesso si sentono ragazzi parlare dei genitori che vivono insieme, ma dormono in camere separate. I cosiddetti separati in casa, che restano insieme per amore del figlio, ma anche per una loro difficoltà a prendere una decisione dolorosa e difficile. I figli si sentono compressi, di troppo, in quanto non appartengono al problema. In queste condizioni sarebbe meglio che i genitori si separassero.
Sarebbe preferibile una chiarezza, che si può esplicare con la separazione, ma mantenendo una alleanza in quanto coppia di genitori.

 

Ogni esito positivo ad un conflitto:

✓ accresce le capacità di tutti di far fronte alle difficoltà della vita;
✓ aumenta la comprensione e l’accettazione reciproca;
✓ facilita la comunicazione;
✓ aumenta l’intimità, l’interdipendenza e l’autostima.

Spesso i genitori in conflitto non pensano alle conseguenze dei propri comportamenti. Nei casi di conflitti altamente tossici la coppia rimane molto concentrata sul rancore e la rabbia nei confronti del partner, dimenticandosi che nonostante le difficoltà e la sofferenza, si è ancora genitori e che bisogna anche in queste situazioni dare il conforto, la sicurezza, la serenità ai propri figli, che risultano essere le prime vittime di scelte sbagliate tra adulti.

In questi casi consiglio sempre almeno una breve consultazione con esperti nel campo familiare, per riuscire a gestire in maniera funzionale le scelte e i cambiamenti che ne derivano, per garantire il miglior benessere familiare possibile.