ANDREA LEMBO, PAOLO NUCCI – OCULISTA

Cosa vede un neonato?

“Fin da quando è nato, il mio bambino mi segue con gli occhi e mi fissa con attenzione, ma cosa vede realmente un neonato?”

Ecco un altro annoso interrogativo di mamma e papà. Il nostro bambino ci sorride davvero perché ci riconosce, oppure è tutto scientificamente basato su riflessi incondizionati privi di poesia? Difficile dirlo con certezza. Nessuno ha mai interrogato un neonato. Sappiamo però che, anche dopo la nascita, avvengono dei fisiologici cambiamenti per la maturazione dell’occhio e la vista del bambino si sviluppa gradualmente nel corso dei primi otto mesi di vita.

Gli occhi si formano in una fase precoce della gravidanza, ma fino al 7° mese di gestazione sono chiusi dalle palpebre. Intorno alla 28° settimana, il bambino apre gli occhi, e allora inizia a percepire la differenza tra luce e buio. Subito dopo la nascita, il mondo appare sfuocato, inizialmente le palpebre sono gonfie per la pressione derivata dal parto, ma questa situazione migliora nel giro di poche ore. Nelle prime settimane di vita, il bambino è in grado di distinguere quanto succede a circa 20 centimetri da lui, il resto sono solo ombre. Anche i dettagli delle forme e dei colori non sono ben delineate, ma comunque distinguibili.

Fin dalle prime settimane, però, il piccolo si concentra sui volti, e cerca via via di distinguerne le differenze. Proprio per questo il contatto con i genitori è indispensabile fin da subito e si pensa rafforzi il legame con il piccolo.

A poco a poco, il bambino impara a seguire gli oggetti in movimento. La cosiddetta visione binoculare si sviluppa intorno alla 9° settimana di vita, e piano piano aumenta la distanza degli oggetti che il piccolo riesce a percepire. Solo intorno al 4° mese, la percezione dei colori si fa più definita, e si delinea via via la percezione della profondità. Ricordiamo, però, che il cosiddetto periodo plastico in cui la visione binoculare si perfeziona ed in cui l’occhio continua il suo sviluppo nervoso dura fino ai 6-7 anni d’età. Fino ad allora, gli screening periodici per scongiurare la possibilità di occhio pigro devono essere costanti, a seconda dell’indicazione specifica del pediatra e dell’oculista di fiducia.

 

Il colore degli occhi

“Il mio bambino ha gli occhi grigi. Quando posso stabilire con certezza quale sarà il colore definitivo?”

E’ una delle prime domande che si fa una mamma quando prende in braccio il suo piccolo. Una delle prime curiosità dei parenti è quella di capire da chi ha preso gli occhi il bambino. Il colore degli occhi è determinato dalla quantità di pigmento, ovvero di melanina, che è presente a livello dell’iride, un muscolo che controlla la quantità di luce che entra all’interno della pupilla. Tale pigmento è prodotto da specifiche cellule, i melanociti, che si attivano man mano che gli occhi ricevono lo stimolo luminoso. E’ per questo che alla nascita, la maggior parte dei bambini caucasici hanno gli occhi chiari, quasi grigi: perché all’inizio nell’iride c’è poco pigmento.

Il colore definitivo deriva da complessi condizionamenti genetici, non sempre facilmente prevedibili. Tuttavia se il bambino ha gli occhi chiari all’anno di età, significherà che i melanociti secernono poco pigmento e molto probabilmente rimarranno chiari.  Di certo, se il neonato nasce con occhi molto scuri, come succede nella maggior parte dei bimbi latini, difficilmente il colore cambierà. Potranno modificarsi alcuni toni, ma l’occhio non diventerà chiaro.

Per avere una risposta definitiva sul colore degli occhi, bisogna aspettare dunque almeno il compimento dell’anno di età del bambino. La quantità di pigmento presente a livello dell’iride assume toni più o meno definitivi già tra il sesto e il nono mese di vita, ma la sfumatura definitiva può variare fino ai 6 anni di vita. A complicare le cose, nel 1997, uno studio retrospettivo condotto sull’argomento, ha evidenziato che la maggior parte delle persone raggiunge sì un colore stabile ai 6 anni, ma una sottopopolazione tra il 10% e il 15% dei soggetti bianchi ha cambiamenti nel colore degli occhi fino all’adolescenza o addirittura nell’età adulta.

La differenza di colore tra i due occhi invece, ovvero la presenza nello stesso individuo di un occhio più chiaro dell’altro, potrebbe nascondere una quadro patologico da approfondire. Per questo, in presenza di questa condizione, detta eterocromia iridea, il bambino è meritevole di una sollecita visita dall’oculista.

 

Gli occhiali da sole

“Quando devo far indossare gli occhiali da sole al mio bambino? E’ più importante al mare o in montagna?”

In caso di esposizione solare diretta i nostri occhi andrebbero sempre protetti, specialmente quelli dei nostri figli, la cui “immaturità” rende alcune strutture ancora più fragili. A tal proposito, è opportuno soffermarsi e ribadire alcuni importanti concetti. Negli ultimi sondaggi sull’argomento è emerso che più del 30% della popolazione utilizza gli occhiali da sole in maniera saltuaria. Questa cattiva abitudine nasce spesso dalla mancanza di informazioni adeguate.

Per quanto riguarda la popolazione pediatrica, quasi il 70% dei bimbi italiani dai 4 ai 10 anni non indossa occhiali da sole, indispensabili durante le ore di picco solare. Specie nei bambini più piccoli, i raggi UV possono causare bruciore, sensazione di corpo estraneo ed eccessiva lacrimazione. Inoltre, secondo quanto affermato dalla SIOP (Società Italiana di Oftalmologia Pediatrica) “i raggi ultravioletti possono nuocere alla parte anteriore dell’occhio: palpebre, cornea, congiuntiva e cristallino possono subire l’insulto di queste radiazioni e patire conseguenze anche impegnative. Tutte le radiazioni del visibile, soprattutto la luce blu possono invece nuocere alla retina”. L’esposizione prolungata può essere infine responsabile delle cosiddette infiammazioni “attiniche”.

Quello della SIOP è un messaggio protettivo. A differenza dell’adulto, infatti, il bambino ama stare al sole, ha una soglia di tolleranza molto più alta, e spesso non è in grado di riferire il proprio disagio. Proteggere gli occhi dei figli dal sole è dunque un’altra sana abitudine di cui le mamme e i papà devono occuparsi.