FRANCESCA TESTONI – PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA 

Il fenomeno del bullismo è sempre più spesso al centro di fatti di cronaca. Coinvolge bambini e ragazzi dalla scuola primaria alle superiori, pur se con forme diverse. Secondo gli studi degli ultimi 15 anni, e i dati Eurispes-Telefono Azzurro, le età più interessate sono tra i 7-9 anni, nel corso della scuola primaria, e poi verso i 12-15 anni, alle medie e superiori.

E’ importante che i genitori conoscano il fenomeno per acquisire maggiore consapevolezza ed essere maggiormente attenti ad eventuali disagi dei propri figli sia a scuola che in altri contesti. Prima di tutto è necessario dare una definizione al fenomeno del bullismo.

 

Che cos’è il bullismo?

Il termine bullismo deriva dalla parola inglese “bullying”. Il bullismo viene definito come un’oppressione, psicologica o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetuata da una persona, o da un gruppo di persone più potente, nei confronti di un’altra persona percepita come più debole.

Secondo Olweus “uno studente è oggetto di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto, ripetutamente nel corso del tempo, alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni”. Più specificamente un comportamento ‘bullo’ è un tipo di azione che mira deliberatamente a far del male o a danneggiare. Spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi, persino anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. Alla base della maggior parte dei comportamenti di prevaricazione c’è un abuso di potere e un desiderio di intimidire e dominare l’altro.

 

Le caratteristiche distintive del bullismo sono:

L’intenzionalità. Gli atti sono, appunto, intenzionali. Il bullo agisce con l’intenzione e lo scopo preciso di dominare sull’altra persona, di offenderla e di causarle danni o disagi.

La persistenza nel tempo. I comportamenti sono persistenti nel tempo. Sebbene anche un singolo fatto grave possa essere considerato una forma di bullismo, di solito gli episodi sono ripetuti nel tempo e si verificano con una frequenza piuttosto elevata.

L’asimmetria della relazione. La relazione tra bullo e vittima è di tipo asimmetrico. Ciò significa che c’è una disuguaglianza di forza e di potere, per cui uno dei due sempre prevarica e l’altro sempre subisce, senza riuscire a difendersi. La differenza di potere tra il bullo e la vittima deriva essenzialmente dalla forza fisica. Il bullo è più forte della media dei coetanei e della vittima in particolare, mentre la vittima è più debole della media dei coetanei e del bullo in particolare.

Gli “attori” che prendono parte agli episodi di bullismo possono rientrare in tre grandi categorie:

i bulli, che mettono in atto le prevaricazioni

le vittime, che subiscono le prepotenze

gli spettatori, che non prendono parte attivamente alle prepotenze, ma vi assistono.

All’interno di tali raggruppamenti è possibile individuare alcune sottocategorie. Per quanto riguarda il bullo, è possibile parlare di “bullo dominante” o di “bullo gregario”, mentre la vittima è definibile come “vittima passiva/sottomessa” o “vittima provocatrice”. Tra gli “spettatori”, poi, vi sono i sostenitori del bullo, i difensori della vittima e la cosiddetta “maggioranza silenziosa”.

 

Il bullo dominante:

E’ un soggetto più forte della media dei coetanei e della vittima in particolare.

Ha un forte bisogno di potere, di dominio e di autoaffermazione. Prova soddisfazione nel sottomettere, nel controllare e nell’umiliare gli altri.

E’ impulsivo e irascibile. Ha difficoltà nel controllo delle pulsioni e una bassa tolleranza alle frustrazioni. Ha difficoltà nel rispettare le regole.

Assume comportamenti aggressivi non solo verso i coetanei, ma anche verso gli adulti (genitori e insegnanti), nei confronti dei quali si mostra oppositivo e insolente.

Approva la violenza come mezzo per ottenere vantaggi.

Mostra scarsa empatia (cioè capacità di mettersi nei panni dell’altro) e quindi non riesce a comprendere gli stati d’animo della vittima e la sua sofferenza.

Manca di comportamenti pro-sociali (altruistici).

Ha scarsa consapevolezza delle conseguenze delle prepotenze commesse. Non mostra sensi di colpa ed è sempre pronto a giustificare i propri comportamenti, rifiutando di assumersene le responsabilità. Pensa che la vittima si meriti di essere trattata così.

Ha un’autostima elevata (nella media o al di sopra) e un’immagine positiva di sé, che ostacola la motivazione al cambiamento.

Non soffre di ansia o insicurezza.

Il suo rendimento scolastico, variabile durante la scuola elementare, tende a peggiorare progressivamente, fino a portare talvolta all’abbandono scolastico. E’ spesso abile nello sport e nelle attività di gioco.

La sua popolarità presso i coetanei è nella media, o addirittura al di sopra di essa soprattutto tra i più piccoli, che subiscono il fascino della sua maggiore forza fisica.

 

Il bullo gregario:

Sono definiti anche bulli passivi, costituiscono il gruppetto di due o tre persone che assumono il ruolo di “sobillatori” e “seguaci” del bullo dominante. Pur non prendendo iniziative, i bulli gregari intervengono rinforzando il comportamento del bullo dominante ed eseguendo i suoi “ordini”. Il bullo gregario:

Aiuta e sostiene il bullo dominante.

Spesso agisce in piccolo gruppo.

Non prende l’iniziativa di dare il via alle prepotenze.

Spesso è un soggetto ansioso e insicuro.

Ha un rendimento scolastico basso.

Gode di scarsa popolarità all’interno del gruppo dei coetanei.

Crede che la partecipazione alle azioni di bullismo gli dia la possibilità di affermarsi e di accedere al gruppo dei “forti”.

E’ possibile che provi senso di colpa per le prepotenze commesse e una certa empatia nei confronti della vittima.

 

La vittima passiva/sottomessa:

È la “classica” vittima a cui si pensa solitamente:

E’ un soggetto più debole della media dei coetanei e del bullo in particolare.

Si presenta ansioso e insicuro.

E’ sensibile, prudente, tranquillo, fragile, timoroso-

Incapace di comportamenti assertivi.

Ha una bassa autostima, un’opinione negativa di sé stesso e delle proprie competenze, che viene ulteriormente svalutata dalle continue prevaricazioni subite.

A scuola spesso è solo, escluso dal gruppo dei coetanei e difficilmente riesce a crearsi delle amicizie.

Ha bisogno di protezione: a scuola cerca la vicinanza degli adulti.

Se attaccato, è incapace di difendersi. Spesso reagisce alle prepotenze piangendo e chiudendosi in se stesso.

E’ contrario ad ogni tipo di violenza.

Nega l’esistenza del problema e la propria sofferenza e finisce per accettare passivamente quanto accade. Spesso si autocolpevolizza.

Non parla con nessuno delle prepotenze subite perché si vergogna, per timore di “fare la spia” e per paura che le prepotenze diventino ancora più gravi.

Come si manifesta il bullismo?

Recentemente è stato diffuso uno studio della Federazione Italiana Società di Psicologia (Fisp), in cui è stato affrontato il possibile ruolo dello psicologo per quanto riguarda il bullismo a scuola. Secondo indagini Istat sui comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi, nel 2014, più del 50% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni è stata vittima di un episodio offensivo, irrispettoso e/o violento da parte di coetanei.

I comportamenti violenti che caratterizzano il bullismo sono i seguenti:

– Offese, parolacce e insulti;


– Derisione per l’aspetto fisico o per il modo di parlare;


– Diffamazione;


– Esclusione per le proprie opinioni;


– Aggressioni fisiche.

 

Quali sono i campanelli d’allarme per i genitori?

Purtroppo, non esiste un unico ‘segnale’, forte e inequivocabile, che aiuti i genitori a capire al volo quando il figlio soffre per le offese costanti nell’ambiente scolastico. Però gli esperti spiegano che il bambino/ragazzino può lanciare dei segnali attraverso comportamenti diversi da quello consueti.

Se un ragazzo, per esempio, che non ha mai avuto difficoltà a scuola, ha un calo improvviso nel suo rendimento, significa che qualcosa non va. In genere, inizia anche a dedicare meno impegno ai compiti assegnati e si mostra poco motivato e talvolta apatico.

Inoltre, chi è vittima di atti di bullismo “non mostra più il medesimo interesse nei confronti dei coetanei e manifesta invece atteggiamenti di ritiro e isolamento”. 

Il bambino fragile si chiude ancora di più, a casa non parla, magari diventa scontroso. In ogni caso, è importante che i genitori notino tutti quei piccoli segnali di trasformazione che non fanno parte della natura del figlio e poi, con il tempo, diventano più evidenti. Un altro campanello d’allarme da parte di chi si trova nel mirino dei bulli è accusare malesseri fisici di varia natura. I classici mal di pancia o di testa, spesso possono rappresentare un pretesto per evitare la scuola.

Questa è una reazione piuttosto diffusa: è infatti molto difficile per un ragazzo parlare direttamente a casa degli episodi negativi che vive tra le mura scolastiche.

Un ragazzo che ha ripetutamente sperimentato sentimenti di paura, imbarazzo, tensione o impotenza, fatica a condividere il disagio di quanto ha vissuto con un genitore. Di base, ha timore che un intervento adulto confermi ulteriormente la sua percezione di debolezza”.

Quando un genitore teme che il figlio sia soggetto ad atti di bullismo, è indispensabile mantenere aperto il dialogo. Ma l’adulto non dovrebbe, in nessun modo, mettere il ragazzo sotto pressione.

Niente frasi, tipo: ‘Ma dai, parla, insomma, cosa sta succedendo a scuola?’ Un atteggiamento del genere farebbe chiudere ancora di più il ragazzino.

In una dimensione di dialogo, è importante invece rispettare anche i momenti di silenzio. Il figlio deve capire che il genitore è sempre presente per lui, in ogni situazione, anche se difficile.

Con il tempo, questa fase può essere superata e il figlio arriva a confidarsi raccontando in modo spontaneo cosa accade”.

Quando il sospetto si trasforma in certezza, è assolutamente indispensabile informare la scuola di cosa sta succedendo. Uno dei primi passi è parlarne con gli insegnanti della classe, o i coordinatori e valutando una possibile strategia di azione.

Ci deve essere un clima volto a una risoluzione del problema, ma naturalmente se la linea discorsiva non funziona, allora si coinvolge una figura specializzata, medico o psicologo, e si attivano i servizi sociali.

Non è possibile ridurre il bullismo a un problema di un singolo alunno. Occorre sensibilizzare, oltre i ragazzi coinvolti, le intere classi, istituti, docenti e famiglie.

È di fondamentale importanza attivare progetti mirati che possano sensibilizzare le persone coinvolte: scuola, famiglia e territorio